ITINERARIO BIOGRAFIE

PIETRO TONOLO - JOE CHAMBERS BAND

Pietro Tonolo

Pietro Tonolo ha iniziato a suonare jazz professionalmente attorno al 1979, abbandonando una già intrapresa attività come violinista classico. In quel periodo si trasferisce a Milano dove collabora con alcuni tra i migliori jazzisti italiani fra cui Franco D'Andrea, Luigi Bonafede, Gianni Cazzola, Larry Nocella, Massimo Urbani. Dall'81 all'86 fa spesso parte del gruppo di Enrico Rava. Nell'estate dell'82 é nella "Gil Evans Orchestra" a fianco di musicisti quali Steve Lacy, Lew Soloff, Ray Anderson; con questa suona nell’84/85 allo "Sweet Basil" dl New York e nell'87 a Umbria Jazz. A partire dall'83 si è esibisce in jazz clubs, ha dato concerti e ha partecipato a trasmissioni radiotelevisive in tutta Europa e negli Stati Uniti, sia come leader di propri gruppi che come sideman. Ha collaborato con Kenny Clark, Roswell Rudd, Sal Nistico, Chet Baker (con cui ha suonato a New York nell'85) Lee Konitz, John Surman, George Lewis, Barry Altschul, Joe Chambers, Aldo Romano, Kenny Wheeler, Dave Holland, Tony Oxley, Steve Swallow, solo per citare alcuni nomi. Nell'86 inizia un intenso sodalizio con la pìanista romana Rita Marcotullii, in duo o in quartetto con Enzo Pietropaoli e Roberto Gatto, raccogliendo molti consensi di critica e di pubblico. Dall'88 collabora con il gruppo di Henri Texier (con cui ha suonato in Francia, ltalia, Messico, Cuba, Egitto,Siria), con Enrico Pieranunzi e con Giovanni Tommaso, dirigendo inoltre propri gruppi (con Piero Leveratto, Sandro Gibellini, Alfred Kramer, Roberto Rossi e suonando e scrivendo per la big band Keptorchestra e per il quartetto di sassofoni "Arundo Donax". Ha partecipato alle più importanti manifestazioni jazzistiche italiane e si è esibito al "Jazz Festival" di Berlino, al "Jazz Jamboree" di Varsavia, alla "Grand Parade du jazz" di Nizza e ai Festivals di Parigi, Vienna, Amiens, L'Aja, North Carolina, Amburgo, Leverkusen, Ankara, Smirne e Tel Aviv. Pietro Tonolo è uno dei più maturi e interessanti sassofonisti italiani. Dotato di un fraseggio articolato e completo, che si sviluppa a partire da una profonda conoscenza dell’armonia e della tradizione jazzistica, egli ha ormai da qualche anno consolidato la propria fama internazionale, intensificando le collaborazioni con i più quotati musicisti americani, da Steve Lacy a Joe Lovano, da Steve Swallow a Gil Goldstein, con cui ha inciso a proprio nome per la francese Label Bleue, da Joe Chambers e Essiett Essiett, con cui collabora da qualche anno, fino ad entrare a far parte dell'Electric Be-Bop Band di Paul Motian, formazione con cui ha inciso e compiuto numerose tournée in tutta Europa.


Flavio Boltro

Flavio Boltro nasce a Torino il 5 maggio 1961. Il padre è musicista, trombettista e grande appassionato di jazz, mentre la madre è un'insegnante elementare. «Mi sono ritrovato immerso nel jazz fin da piccolo, da quando avevo tre anni. Mio padre mi prendeva sulle ginocchia prima di andare a letto e mi faceva ascoltare Amstrong e tutti i dischi di quegli anni». Quando Flavio ha 5 anni, la sua famiglia si trasferisce a Pianezza, a 25 km da Torino, dove il musicista trascorrerà l'infanzia e l'adolescenza. «A nove anni e mezzo, ho detto a mio padre che volevo imparare a suonare la tromba». I genitori di Flavio sono convinti che il ragazzo voglia fare musica così come altri vogliono giocare a calcio o iscriversi a un corso di ceramica. E invece resteranno meravigliati di fronte alla serietà dimostrata nell'affrontare questo strumento, con il quale si esercita tutti i giorni. A 13 anni, si iscrive al Conservatorio, dove si reca un giorno alla settimana per prendere lezioni da Carlo Arfinengo (1a tromba dell’Orchestra Sinfonica di Torino). Un anno dopo, il padre chiederà all'insegnante di seguire il figlio privatamente per prepararlo all'esame di ammissione al Conservatorio, che frequenterà per sette anni. Una volta diplomato, la sua vita sarà segnata da due momenti determinanti, che coincidono con l'incontro di due formazioni che saranno per lui l'occasione di farsi conoscere e apprezzare. La prima è LINGOMANIA, guidata da Maurizio Giammarco. Il musicista possiede già un quartetto, ma aspira a trasformarlo in un quintetto. Una sera, al Capolinea, il celebre club milanese, Giammarco vede Flavio esibirsi con il trio del pianista Mario Rusca e lo chiama la settimana seguente per fissare un incontro. Nasce così il famoso quintetto, formato da Roberto Gatto alla batteria, Furio Di Castri al contrabbasso, Giammarco al sax, Umberto Fiorentino alla chitarra e Flavio alla tromba. Questo gruppo acustico dalla matrice e dalle sonorità elettriche rappresenta una novità per quegli anni e riscuote grande successo in Italia, aggiudicandosi, per due volte consecutive, il premio per il Miglior Disco e il titolo di Miglior Gruppo dell'Anno. Quando intraprende questa avventura, che si protrarrà per un biennio, Flavio ha 25 anni. Parallelamente, incomincia a ricevere diverse richieste di collaborazione, in particolare da Steve Grossman, con il quale si esibisce regolarmente. «All'epoca in Italia c'erano 2000 club; io ci suonavo spesso con Steve ma mi esibivo anche ai festival internazionali in quintetto con Cedar Walton, Billy Higgins e David Williams alla sezione ritmica. E, poco prima che si concludesse l'esperienza con i Lingomania, con Clifford Jordan e Jimmy Cobb. Ho tenuto anche due concerti con Freddie Hubbard a Umbria Jazz oltre a quelli di Torino e di Milano.» La seconda formazione decisiva è il trio costituito insieme a Manu Roche alla batteria e a Furio Di Castri al contrabbasso. «Questo gruppo ha funzionato a meraviglia! All'epoca non esisteva un trio di tromba/contrabbasso/batteria; c'era solo il quartetto di Ornette; ma nessun trio. Mi è venuta questa idea e ne ho parlato con Furio. Al suo terzo anno di vita, il gruppo è diventato un quartetto con l'arrivo di Joe Lovano. Abbiamo fatto una tournée di 12 date in Italia e abbiamo inciso delle composizioni mie, di Furio e di Lovano, ma il disco non è mai uscito!» Ed eccoci arrivati ai primi anni novanta. E' estate, tempo di vacanze! Flavio parte in moto per la Corsica, con tenda e sacco a pelo… Qui ha l'occasione di assistere da spettatore al Festival di Calvi, dove, l'anno seguente, tornerà invece in veste di concertista per esibirsi in quartetto accanto ad Antonio Farao, Manu Roche e Paolo Dallaporta su richiesta di Lionel Benhamou. Durante le memorabili jam session di quelle serate, Flavio ha l'opportunità di fare importanti incontri che segnano l'inizio della sua avventura francese. Nel 1994, Laurent Cugny, che ha appena preso le redini dell’ONJ, è alla ricerca di un trombettista e di un sassofonista: la sua scelta ricade proprio su Flavio Boltro e sul suo compagno di gioventù Stefano Di Battista. E un anno prima della conclusione della sua esperienza con l’ONJ, Flavio entrerà a fare parte del sestetto di Michel Petrucciani. Da tempo Flavio Boltro, Stefano Di Battista ed Eric Legnini, amici di lunga data, cercano due musicisti per costituire un quintetto. Il loro progetto si concretizzerà nel 1997 con l'arrivo di Benjamin Henocq alla batteria e di Rosario Bonaccorso al basso. Il nuovo gruppo, lo Stefano Di Battista/Flavio Boltro Quintet, riscuoterà grande successo fin dal 1998. Ma questa è già storia recente, che tutti conosciamo! Oggi il quintetto esiste ancora, nonostante Stefano e Flavio abbiano imboccato anche altre strade. Continuano infatti a tenere concerti in double bill (doppio spettacolo) con un repertorio adatto a ogni circostanza. «A 17 anni ho capito di saper suonare la tromba e speravo che potesse darmi da vivere. Quando nella vita si è circondati da persone generose, è sicuramente un aiuto per la musica.»


Emmanuel Bex

Emmanuel Bex è unanimemente considerato uno dei migliori esponenti del jazz europeo. Più in generale è stato definito dalla rivista JazzMan Magazine uno dei migliori organisti del mondo e, secondo l’opinione del Jazz Dictionary, è stato inoltre uno degli artefici della riaffermazione dell’organo Hammond, tramite la creazione di un suo stile personale che rifugge dai cliché e dalla riproposizione delle sonorità tipiche degli anni 50 e 60 cui il suo strumento è stato a lungo associato. Bex ha avuto la capacità di far in un certo senso rinascere l’organo Hammond, ridefinendone i colori strumentali attraverso l’uso di nuove timbriche, e abbinando loro un raffinato senso dello swing. Nato a Caen, Normandia, nel 1959 in una famiglia di musicisti, Bex inizia lo studio del piano a 8 anni e a 13 consegue il primo premio al Conservatorio della sua città. Prosegue i suoi studi ottenendo numerosi premi (teoria e fagotto) a Parigi e Bordeaux, dove incontra Bernard Lubat che è lì come pianista accompagnatore, finendo per unirsi al suo gruppo, la “Compagnie”. Nel 1982 incontra Eddy Louiss e decide di dedicarsi esclusivamente all’organo. Nel 1983 produce con il percussionista Xavier Jouvelet uno spettacolo audiovisivo dal titolo “King Kong contro Bex & Jouvelet”, che porterà in giro in Europa nei 5 anni successivi. Nel 1984 vince il premio della Sacem, la Siae d’oltralpe, per il suo “L’Accordeoniste”. Dall’1986 al 1988 insegna al CIM di Parigi e forma il suo primo trio col violinista Jean Luc Pino e il batterista Yves Teslard. Suona inoltre col gruppo “La Bande à Badault”. All’inizio degli anni 90 suona con Turk Mauro, Barney Wilen e i batteristi Gerard Marais e Aldo Romano. Ottiene un grande successo col suo gruppo “Bex’tet”, esibendosi in numerosi festival, tra cui il Pan Jazz Festival di Trinidad, dove il grande successo ottenuto dalla band convince Ronnie Scott che assiste all’esibizione a invitarli a suonare nel suo celeberrimo club londinese. Nel 1995 la Jazz Academy gli assegna il premio Django Reinhardt, mentre il suo CD “Rouge et Or” riceve il premio “Choc de l’Année Jazzman”. Suona a lungo e incide con Babik Reinhardt e Christian Escoudé, e inoltre con Gordon Beck, Claude Barthelemy, Marcel Azzola, Raoul Barbossa, Ray Lema, l’O.N.J. diretta da Laurent Cugny, Fabio Zeppetella, Roberto Gatto, Florin Nicolescu, Michel Grailler, Glenn Ferris. Nel 1997 fonda il gruppo “Steel Bex” in occasione del festival “Jazz sous les Pommiers” e incide un disco omonimo con lo stesso gruppo, costituito da un quartetto jazz e un’organico esteso di Steel Drums, il tondeggiante strumento metallico a percussione che è anche lo strumento nazionale di Trinidad. Nel 1998 incide “3”, con cui vince nuovamente il premio “Choc de l’Année Jazzman”, un CD che lo vede alla testa di tre diverse formazioni: con Bireli Lagrene e André Ceccarelli, con Claude Barthelemy e Stephane Huchard e con Philippe Catherine e Aldo Romano, incontro, quest’ultimo, che avrebbe dato vita al trio omonimo: Bex-Catherine-Romano. Nel 2001 forma un gruppo con Glenn Ferris e Simon Goubert, incidendo un CD, “Here & Now” che ha ricevuto quattro stelle sulla rivista Telerama.


Joe Chambers

Joe Chambers, batterista, percussionista e pianista, nasce nel sud degli Stati Uniti, a Stoneacre in Virginia nel 1942. Dal 1960 al 1963 studia a Filadelfia e Washington, dove inizia a suonare professionalmente. Successivamente si trasferisce a New York suonando tra gli altri con Freddie Hubbard, Lou Donaldson, Jimmy Giuffre, Andrew Hill, Harold Land, Sonny Rollins, Herbie Hancock, Eric Dolphy, e Dizzy Gillespie. Dal 1965 al 1970 fa parte del gruppo di Bobby Hutcherson, compiendo numerose tournée e incidendo otto album. Nello stesso periodo incide con Archie Shepp, Wayne Shorter, Cecil McBee, McCoy Tyner, Joe Henderson, Sam Rivers. Joe Chambers è uno dei musicisti principali di quello che può senz’altro essere considerato uno dei periodi più intensamente espressivi della storia del Jazz, e che ha ormai assunto i contorni di una delle “Età dell’Oro” di questa musica. Nel corso delle sue numerose collaborazioni, egli ha infatti contribuito in maniera decisiva alla definizione della parte più creativa e di ricerca di quel sound degli anni sessanta che è entrato a far parte della storia del Jazz come uno dei suoi momenti più preziosi. Nel 1970 si unisce al gruppo M’Boom di Max Roach, prendendo parte a numerose incisioni del gruppo, per il quale scrive anche diverse composizioni. Negli anni 70 suona con molti altri nomi storici del jazz tra cui Sonny Rollins, Tommy Flanagan, Charles Mingus, e Art Farmer. Nello stesso periodo forma il Super Jazz Trio con Tommy Flanagan e Reggie Workman. Alla fine degli anni 70 ha co-diretto una band con l’organista Larry Young. Negli anni 80 ha inciso con Chet Baker, Steve Grossman e Ray Mantilla. Ha realizzato un album di piano solo “Joe Chambers Plays Piano” e uno in cui ha sovrainciso percussioni e tastiere. Tra le sue più recenti realizzazioni si segnalano le colonne sonore di diversi film di Spike Lee, tra cui Mo' Better Blues, e “Mirrors”, inciso in quintetto con Vincent Herring, Eddie Henderson, Mulgrew Miller e Ira Coleman, nel quale Chambers suona sia la batteria che il vibrafono. Le sue qualità di batterista dinamico e sensibile al tempo stesso sono state da Archie Shepp paragonate a quelle di Roy Haynes, e al suo riguardo McCoy Tyner si è così espresso: “Probabilmente dal momento che è lui stesso compositore e pianista,… sa come ascoltare e realizzare ciò che un compositore vuole in un’esecuzione”.
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